La guerra “riciclata”: l’elmetto diventa uno scaldino e la sella una slitta

di Edoardo Pittalis sul Gazzettino del 20 luglio 2015
SAN ZENONE – C’è un museo della Grande Guerra che ti fa pensare alla pace. Un museo nel quale tutto ciò che apparteneva all’orrore è stato convertito in materiale di uso domestico, di adatto al lavoro dei campi e delle stalle. Oggetti unici e rari, alcuni introvabili, raccontano di IMG_3328come i nostri nonni riuscirono a convertire all’utilizzo quotidiano il materiale abbandonato dalle truppe al fronte in un Nordest allora poverissimo. Il museo è stato allestito a San Zenone degli Ezzelini sui tre piani della villa Marini Rubelli e resterà aperto fino a tutto luglio. “La vita dopo la Grande Guerra, l’arte del riciclo di materiali bellici”, è nata dalla passione del collezionista e antiquario Egidio Guidolin che già in passato ha presentato in Veneto una mostra dedicata alla scuola nell’Italia Unita.
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Guidolin per decenni ha girato le zone del fronte, l’area vastissima delle trincee, quella degli accampamenti e degli ospedali militari. Ha raccolto migliaia di pezzi, ha rovistato in soffitte, vecchie case. Gli abitanti ritornavano, a guerra finita, in abitazioni spesso distrutte o saccheggiate; i materiali abbandonati dagli eserciti diventavano utili e importanti: «Nella zona dominavano la pietra e il legno, l’improvvisa abbondanza di utensili in ferro, indispensabile per la costruzione di attrezzi, fu un non piccolo sollievo».

Scrive Ermanno Olmi nella prefazione al catalogo: «Era un’Italia povera che aveva una straordinaria capacità artigianale. Nell’aggiustamento di questi pezzi vedi una fantasia, una pazienza e soprattutto una abilità manuale che oggi sono andate perdute… Questa cultura antica di non buttare via le cose ma di usarle con un’altra funzione è venuta completamente a mancare».

Ed ecco una sciabola piemontese da fanteria che diventa tagliapane, una baionetta italiana usata per la raccolta dei radicchi, una baionetta austriaca per fucile Werndl trasformata in coltello da cucina. Piatti smaltati austroungarici usati nelle mense ufficiali, una grattugia per formaggio austriaca e apriscatole di diversa provenienza, anche se poi i soldati preferivano utilizzare la baionetta. Ecco una bellissima cuccuma austriaca di due litri e mezzo e una perfetta teiera austroungarica in smalto azzurro. Le stoviglie smaltate e conservate spesso in maniera eccellente sono tra le cose più belle della mostra: pentolini, padellini, padelle. Interessante una pentola a pressione in fusione in ghisa, austroungarica, utilizzata sopra le stufe in prima linea per cuocere e mantenere caldo il cibo.

Molti altri oggetti venivano adattati a nuovi utilizzi, come una scaletta militare di corda che viene appesa in una stalla di Pederobba, fibbie e cinture austriache che diventano imbragature di sostegno al ventre delle vacche incinte, un gavettino austriaco trasformato in campanaccio per le mucche. Una cassa termica italiana è stata per decenni usata da una signora di Arabba per il trasporto del latte in montagna. Elmetti italiani e austriaci trasformati in vasi per fiori; bossoli tramutati in scaldaletto e scaldini per l’acqua calda. Stufe di ogni genere, come quella italiana chiamata “maialino” per la sua forma tipica, riadattate a Col del Gallo o a Valrovina nelle baracche dei cacciatori.

Curiosa e d’effetto la collezione di grandi barattoli colorati di latta che contenevano l’estratto di pomodoro per le cucine da campo; barattoli da quasi cinque chili, alcuni prodotti da ditte ancora attive, come la Rodolfi Mansueto nata vicino a Parma nel 1896. C’è anche un barattolo di mortadella dei fratelli Ferri di Bologna.

A chiudere un elmetto italiano sul quale si legge ancora bene il numero del reparto, il “51”: l’ex proprietario lo utilizzò durante le manifestazioni studentesche pacifiste di primi Anni ’70 e sull’elmetto è rimasta una scritta in bianco che dice “No alla guerra”.
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